
L’eroe è una scusa elegante per non cambiare sistema
A volte ci raccontiamo che serve “qualcuno di straordinario”. Io sto imparando il contrario: servono scelte ordinarie, ripetute bene, con cura per le persone.
Il mito dell’eroe ci costa più di quanto pensiamo
Mi affascina l’idea dell’eroe, quello che arriva all’ultimo minuto, salva la situazione, viene applaudito, e poi torna nel buio, stremato ma fiero.
Ci dà speranza, ordine, un volto su cui proiettare gratitudine. Ma più lavoro con persone, team e progetti (soprattutto quando entra in gioco l’AI), più vedo il prezzo nascosto di questo mito.
L’eroismo, quando diventa abitudine, spesso è un sintomo: significa che il sistema è fragile. Se serve un “salvatore”, vuol dire che qualcosa prima non ha funzionato—processi, comunicazione, responsabilità, strumenti, attenzione. E allora l’eroe diventa, senza volerlo, un cerotto su una ferita che continua ad aprirsi. Il giorno dopo si ricomincia da capo, aspettando il prossimo gesto straordinario.
L’eroe accentra. Diventa un punto unico di competenza e decisione. All’inizio sembra efficiente (“chiediamo a lui/lei, risolve sempre”), ma nel tempo crea dipendenza, paura di sbagliare, silenzio nei momenti in cui servirebbe confronto, l’eroe spesso brucia. Si convince che il suo valore dipenda dalla capacità di reggere tutto, e intanto si disallinea dalla propria umanità: sonno, famiglia, salute, presenza. È un sacrificio che il sistema incassa volentieri, finché non crolla.
Da qui una domanda che mi porto dietro: vogliamo davvero ambienti che funzionano solo quando qualcuno si consuma? Per me la risposta è no. E non è solo un tema organizzativo: è etico. Perché dietro “l’eroe” c’è quasi sempre un essere umano che si sta convincendo di dover meritare amore e riconoscimento attraverso la fatica.
La vera forza è rendere il bene ripetibile
Se smetto di cercare eroi, cosa metto al loro posto? Metto una parola che mi piace: affidabilità. La capacità di creare condizioni in cui le cose buone accadono spesso, senza spettacolo, senza straordinari cronici, senza ansia di performance.
Affidabilità significa documentare invece di “tenere in testa”.
Significa fare retrospettive vere, non rituali.
Significa mettere limiti chiari (“questo non lo facciamo oggi”) e scegliere priorità che proteggono le persone, non solo le metriche.
Significa anche costruire competenze diffuse: se una persona va via, il progetto non muore.
Qui l’AI entra in modo interessante. Perché l’AI può diventare l’ennesimo palco per l’eroismo: “ci pensa il genio dei prompt”, “serve quello bravo con gli agenti”, “solo lei sa automatizzare”. Oppure può diventare l’opposto: uno strumento di democratizzazione, che abbassa la soglia di accesso, rende replicabili le buone pratiche, e libera tempo mentale.
La differenza la fa l’intenzione. Io vedo due strade:
- AI come scorciatoia per fare di più: più output, più velocità, più pressione. L’eroe qui è quello che “sforna” di più.
- AI come leva per fare meglio: meno frizione, meno errori ripetuti, più spazio per ascolto e qualità. L’eroe qui non serve: serve un sistema che apprende.
Quando lavoro su soluzioni AI (agentiche, automazioni, formazione), la domanda che uso come bussola è questa: questa scelta rende le persone più autonome o più dipendenti? Se le rende dipendenti, ho creato un altro “eroe”, solo che stavolta è un tool, un flusso, o la persona che lo gestisce.
E poi c’è un punto che per me è centrale: la qualità di un sistema non si vede nei giorni facili, ma in quelli difficili. Nei picchi, negli errori, nelle urgenze. Se l’unico modo per reggere è “chiamare qualcuno che si immola”, non è resilienza: è precarietà travestita.
Un’AI più umana: meno salvataggi, più cura
C’è un tipo di eroismo che mi interessa salvare ed quello silenzioso, quotidiano, che non chiede applausi. Non è il gesto spettacolare: fare domande prima di decidere, comunicare con rispetto, scegliere trasparenza quando sarebbe più comodo nascondere. È l’eroismo dell’integrità.
Nel mio lavoro vedo spesso questo paradosso: tutti vogliono innovazione, ma pochi vogliono attraversare l’imbarazzo del cambiamento. E allora l’eroe diventa un alibi: “arriverà qualcuno a sistemare”. Invece la trasformazione vera richiede micro-scelte: un processo rivisto, un automatismo ben progettato, una regola condivisa, una conversazione scomoda fatta con gentilezza.
Per questo, nel mio percorso AI Moments, cerco di spostare l’attenzione dal “trucco” alla maturità: non l’AI come magia, ma come disciplina. Non l’automazione come fuga, ma come responsabilità. Perché ogni volta che introduciamo un agente o un flusso automatico, stiamo decidendo anche che tipo di cultura stiamo costruendo: più controllo o più fiducia? più ansia o più chiarezza? più distanza o più presenza?
E qui arriva la riflessione che sento più mia: l’innovazione senza sensibilità è solo accelerazione. Ma l’accelerazione, se non ha una direzione umana, può diventare violenza gentile: non fa rumore, ma consuma.
Mi piacerebbe che, quando parliamo di AI, ci chiedessimo più spesso:
- Cosa protegge questa scelta?
- Chi rischia di restare indietro?
- Quale parte del lavoro rende più umana, non solo più rapida?
Se riusciamo a fare questo, non abbiamo bisogno di eroi. Abbiamo bisogno di comunità competenti, di sistemi onesti, e di persone che non si vergognano di mettere l’anima dentro le decisioni tecniche.
