
Quando l’IA smette di essere uno strumento e diventa un contesto
C’è un momento in cui una tecnologia non “aiuta” più: cambia le regole del lavoro. L’IA sta entrando lì. E serve una bussola, non panico.
Il segnale che conta: la sensazione di accelerazione
Nel post “Something Big Is Happening”, Matt Shumer scrive come se stesse parlando a familiari e amici non-tech: non con grafici, ma con una sensazione chiara. “Sembra febbraio 2020”, quando molti vedevano notizie lontane e la vita andava avanti, finché in poche settimane tutto è cambiato.
Mi interessa il meccanismo psicologico: i segnali arrivano, ma vengono filtrati da abitudini e bias (“esagerano”, “non riguarda me”, “ci vorranno anni”). Poi, all’improvviso, la curva si fa ripida. E ciò che credevi “futuro” diventa “presente”.
Shumer racconta che alcuni modelli recenti gli hanno dato l’impressione di non limitarsi a eseguire istruzioni, ma di prendere decisioni con una sorta di “giudizio” e “gusto”, rendendo possibile delegare pezzi di lavoro tecnico per ore e ritrovarli completati bene.
Che questa percezione sia condivisa da tutti o no, il punto pratico resta: quando molte attività digitali diventano delegabili, cambia il valore del tempo umano.
La domanda che propongo (e che uso spesso nei percorsi con aziende e professionisti) è semplice:
Quali parti del tuo lavoro avvengono “su uno schermo” e si possono scomporre in passaggi?
Non per spaventarti. Per vedere in chiaro dove l’IA può togliere attrito — e dove invece rischia di togliere senso.
Il cuore del tema: il loop che accelera e la responsabilità di guidarlo
Shumer evidenzia l’idea che l’IA stia iniziando a contribuire allo sviluppo della prossima generazione di IA, citando documentazione tecnica e dichiarazioni di leader del settore su feedback loop sempre più rapidi.
Qui, per me, è fondamentale non cadere in due trappole opposte:
Trappola 1: “È solo marketing/paura”
Sì, online c’è molta enfasi (e su Hacker News, ad esempio, c’è anche scetticismo su toni e interessi economici dell’autore).
Ma liquidare tutto come “hype” è comodo: ti evita di rivedere processi, competenze e priorità.
Trappola 2: “Allora automatizziamo tutto e subito”
È l’altra faccia della stessa paura. E spesso porta a disastri: output non verificati, perdita di qualità, dati sensibili trattati male, team disorientato.
La via adulta è una terza: progettare l’adozione.
E progettare significa mettere insieme tre livelli:
- Tecnico: quali attività sono automatizzabili in modo affidabile oggi (con controlli, metriche, fallback)?
- Organizzativo: chi valida cosa, con quali soglie di qualità, e come si gestiscono eccezioni e responsabilità?
- Umano: che effetto avrà su identità, sicurezza, motivazione e fiducia nel lavoro?
È qui che voglio far passare la mia idea di percorso “ai moment”: non “imparare un tool”, ma imparare a stare nel momento in cui il contesto cambia. Con lucidità, etica e sensibilità. Perché se l’IA ti fa risparmiare tempo ma ti toglie dignità, non è progresso: è solo velocità.
Cosa fare nelle prossime 2 settimane (senza perdere l’anima)
Se ti riconosci anche solo un po’ nel “sta succedendo qualcosa di grande”, prova questo piano minimo.
1) Mappa la settimana in 20 righe
Scrivi 20 attività che fai davvero (non “ruoli”, ma task). Evidenzia: ripetitive, standardizzabili, ad alto attrito.
2) Scegli 2 processi ad alta frizione
Esempi tipici: preventivi, report, email operative, customer care, analisi di dati, onboarding, riunioni che diventano verbali infiniti.
L’obiettivo non è “tagliare persone”: è tagliare spreco.
3) Definisci regole di qualità e responsabilità
- Chi firma l’output?
- Come si verifica (checklist, campioni, “red team” interno)?
- Quali dati non entrano mai negli strumenti?
- Dove serve sempre la revisione umana?
4) Allena la competenza che non puoi delegare: il giudizio
L’IA produce testo, codice, idee. Ma il giudizio (contesto, priorità, conseguenze, etica) resta il tuo.
Se deleghi anche quello, non stai automatizzando: stai spegnendo la guida.
5) Parla con le persone anche della paura
Non per drammatizzare. Per evitare che la paura diventi sabotaggio silenzioso.
Una frase che aiuta: “Cosa ti farebbe sentire più al sicuro, mentre sperimentiamo?”
Se vuoi, questo è esattamente il tipo di lavoro che faccio nel mio percorso: portare l’IA in azienda e nella vita professionale con metodo, automazioni sensate e formazione che non umilia nessuno. L’obiettivo è far emergere tempo, chiarezza e valore umano, non sostituirlo.
