
Adottare un’AI: da tecnologia spettacolo a alleata quotidiana
Tra i buoni propositi di oggi ce n’è uno che vale più di tutti: non temere l’AI, ma imparare ad adottarla con consapevolezza, etica e visione.
Dal “wow” alla sostanza
C’è un momento, in ogni grande cambiamento tecnologico, in cui l’effetto sorpresa finisce. È quello che sta succedendo ora con l’Intelligenza Artificiale. Dopo demo mozzafiato e risultati che sembravano fantascienza, stiamo entrando in una fase più matura. Meno “wow”, più responsabilità.
Nel suo “Looking ahead to 2026”, Satya Nadella usa un tono quasi da allenatore di fondo: invita a rallentare, respirare e guardare lontano. Dice chiaramente che oggi i modelli di AI corrono più veloci della nostra capacità di usarli bene. È quello che lui chiama model overhang: abbiamo un motore potentissimo, ma non sempre sappiamo guidarlo senza andare fuori strada.
Questo passaggio è cruciale.
Non basta più che qualcosa sia tecnicamente possibile. Deve diventare utile, affidabile, misurabile nel mondo reale. Qui entra in gioco la differenza tra spettacolo e sostanza. E la sostanza, oggi, non è l’ennesimo tool, ma il modo in cui integriamo l’AI nei processi, nelle decisioni e, soprattutto, nella vita delle persone.
Per questo Nadella propone un primo cambio di prospettiva che è quasi filosofico: smettere di pensare all’AI come a un sostituto dell’essere umano. Non è il collega che “ti ruba il posto”, ma un’impalcatura che amplifica ciò che sai fare. Una leva. Un supporto. Un’estensione. In una parola: qualcosa da adottare, non da temere.
Ed è qui che nasce l’idea che sento più vicina anche al mio percorso: non abbandonarla, adotta un’AI. Con criterio, con metodo, con umanità.
Dai modelli ai sistemi: l’AI che funziona davvero
Il 2 punto toccato da Nadella è meno poetico, ma ancora più concreto. Non basta più “il modello giusto”. Il futuro è nei sistemi. Strutture complesse che includono memoria, controlli, permessi, integrazioni, automazioni e confini chiari.
L'AI smette di essere un giocattolo e diventa infrastruttura. Ed è qui che molte aziende oggi inciampano. Perché usare bene l’AI non significa solo “fare prompt migliori”, ma progettare ecosistemi in cui l’AI sappia cosa può fare, cosa non deve fare e perché.
Questa è la fase in cui l’esperienza conta più dell’entusiasmo. È il momento delle scelte architetturali, delle automazioni intelligenti, delle soluzioni cucite addosso alle persone e non imposte dall’alto. È qui che l’AI diventa agonistica: non per competere contro l’umano, ma per giocare insieme a lui.
C’è però un 3 livello, spesso sottovalutato. La tecnologia non ottiene automaticamente il “permesso” della società. Non basta che funzioni: deve avere senso. Devi decidere dove metterla, con quali limiti, con quali priorità. Devi dimostrare impatto reale, non solo ROI, ma valore per le persone e per il pianeta.
È una corsa diversa. Meno verso la potenza, più verso il significato. Ed è una responsabilità che non possiamo delegare ai modelli.
Quando l’AI uccide la perfezione (e salva l’autenticità)
Se Nadella parla di sostanza, Adam Mosseri parla di fiducia. E lo fa con una frase che ha fatto il giro del web: “AI killed the Instagram star”. L’AI ha ucciso l’estetica patinata che ha reso famoso Instagram.
Il motivo è semplice e potentissimo: se immagini e video perfetti possono essere generati in pochi secondi, la perfezione smette di essere una prova di realtà. Anzi, diventa sospetta. Una foto troppo bella oggi ti fa pensare: “È vera o è AI?”.
E allora succede qualcosa di quasi poetico. In un mondo dove tutto può sembrare reale, l’imperfezione diventa un segnale di autenticità. La foto mossa. La luce sbagliata. Il video senza filtri. Contenuti che non sembrano “costruiti”, e proprio per questo risultano più umani.
Mosseri collega questo fenomeno anche al comportamento dei più giovani: meno feed pubblici, più storie, chat di gruppo, spazi piccoli e intimi. Non per nostalgia, ma perché lì la fiducia resiste meglio. È più difficile fingere. È più facile essere sé stessi.
Questo ci dice una cosa importante: l’AI non ci sta portando verso un mondo più finto, ma ci sta costringendo a ridefinire cosa consideriamo vero. E forse, paradossalmente, ci sta riportando al valore dell’imperfezione, dell’errore, dell’umanità.
Una riflessione finale
Adottare un’AI oggi non significa delegare il pensiero. Significa allenarlo. Significa scegliere di usare strumenti potenti senza perdere il contatto con il senso, con l’etica, con l’anima delle persone.
La tecnologia corre. Sta a noi decidere se inseguirla o guidarla.
Fonte di ispirazione e approfondimento: iaspiegatasemplice.it.
Se questo è l’anno dei buoni propositi, forse il più importante è proprio questo: adottare un’AI, senza smettere di essere umani.
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