
Se pensi che l’AI sia una bolla, stai scommettendo contro la tua carriera
Ripensa al 2023: hai provato ChatGPT, hai sorriso e poi hai chiuso la scheda. Nel 2026, quella scheda chiusa può costarti molto più di un abbonamento.
La bugia più comoda del 2026
Dire “l’intelligenza artificiale è una bolla” non è solo un’opinione: spesso è un anestetico. Ti calma. Ti evita il fastidio di ricominciare da principiante. Ti protegge dall’idea di dover cambiare un flusso di lavoro che “funziona”, una carriera che “regge”, un’identità professionale costruita con anni di fatica.
Il nostro cervello ama i pattern: le dot-com, l’hype, i titoli urlati, il crollo. È umano dire: “Ho già visto questo film”. Anche perché l’industria sa vendere paura e meraviglia con la stessa facilità.
Il punto, però, è che il film dell’AI non assomiglia a quello che ricordiamo. Anche se una parte di hype esiste (sempre), la domanda utile non è “scoppia o non scoppia?”. È: anche se scoppiasse una bolla finanziaria, cosa rimane in piedi? Con Internet è successo così: la bolla è esplosa, la trasformazione è rimasta. Chi ha smesso di imparare “in attesa che si calmi tutto” ha pagato un prezzo enorme.
Nel 2026 vedo lo stesso meccanismo psicologico: l’idea di bolla come permesso a restare fermi. Ma fermarsi, oggi, è una decisione attiva. E ha una conseguenza: lascia che altri accumulino vantaggio mese dopo mese.
Una bolla di solito non diventa più economica
Le bolle, per definizione, gonfiano prezzi e aspettative finché la realtà non presenta il conto. Ma qui c’è un dettaglio che tanti ignorano: il costo per ottenere risultati con l’AI, in media, sta scendendo mentre le capacità salgono. E quando qualcosa diventa più economico e più utile, di solito non sparisce: si diffonde.
È un effetto che in economia ha un nome: quando aumenta l’efficienza, spesso aumenta l’uso totale (il famoso paradosso di Jevons). Non perché “siamo scemi”, ma perché l’abbassamento dei costi apre possibilità nuove: cose che prima erano troppo lente, troppo care, troppo complesse diventano improvvisamente fattibili.
In parallelo, il denaro (quello serio) non si comporta come se fosse un giocattolo passeggero. Quando anche testate e analisi finanziarie parlano di valutazioni potenziali gigantesche e burn rate importanti, non è per dirti “tutto bene”: è per dirti “qui si sta giocando una partita enorme”.
L’AI sta accelerando la costruzione della prossima AI. OpenAI, ad esempio, ha scritto che un loro modello recente è stato “strumentale” nel contribuire al proprio sviluppo. Questo non significa “magia” o “autocoscienza”, significa una cosa molto più concreta (e potente): strumenti che aiutano a progettare strumenti, in un ciclo di miglioramento più rapido.
Se metti insieme questi pezzi—costi in discesa, adozione in crescita, investimento strutturale, cicli di miglioramento più rapidi—capisci perché “è una bolla” rischia di diventare la frase più pericolosa da pronunciare con leggerezza.
Il vero rischio è asimmetrico: perdere poco o perdere tutto
Se l’AI fosse davvero solo una bolla e tu decidessi di impararla sul serio: perderesti qualche ora e qualche soldo. In cambio, però, guadagneresti competenze trasversali che restano: saper dare istruzioni precise, ragionare per ipotesi, sintetizzare, strutturare informazioni, migliorare scrittura e decisioni. Anche nello scenario “peggiore”, diventi più chiaro, più veloce, più ordinato.
Se invece l’AI non è una bolla e tu aspetti: perdi tempo composto. Perché chi inizia prima non “impara una volta”: accumula vantaggio ogni settimana. Non è solo produttività: è modo di pensare, è confidenza, è repertorio di prompt, è capacità di progettare processi, è sensibilità nel capire cosa delegare e cosa no.
E qui arriva la parte che mi sta più a cuore: per me l’AI non è una corsa per diventare freddi o cinici. È l’opposto. È uno specchio che ti costringe a farti domande umane:
- Qual è il valore che porto io, oltre alla bozza?
- Dove serve empatia, contesto, etica, responsabilità?
- Cosa non voglio automatizzare perché è parte della mia identità?
L’AI non sostituisce l’anima, ma mette pressione su tutto ciò che era “automatico” anche senza AI: routine, frasi fatte, lavori ripetitivi, decisioni non pensate.
E allora la domanda migliore non è “scoppia?”. È: di cosa sei capace .
