
Se l’AI ha vinto sulla quantità, perché tu dovresti smettere di inseguirla?
Dal 2024 la produzione di articoli AI ha superato quella umana. Non è la fine della scrittura: è l’inizio di una domanda più seria su valore, fiducia e intenzione.
La svolta del 2024: quantità industriale, impatto non garantito
“se l’AI scrive più di noi, che spazio resta?”.
Secondo Graphite, a novembre 2024 la quantità di articoli generati dall’AI pubblicati sul web ha superato quella degli articoli scritti da persone.
Lo studio è interessante soprattutto per cosa misura e cosa non misura. Graphite ha analizzato 65.000 URL in inglese (articoli e listicle) raccolti da Common Crawl, con date tra gennaio 2020 e maggio 2025, classificando i testi come “AI” o “umani” tramite un detector (Surfer) e una soglia: oltre il 50% del testo “sembra AI” → l’articolo viene conteggiato come AI.
È un termometro della produzione, non un giudizio di qualità. Graphite stessa sottolinea che la crescita ha poi “plateaued” (si è stabilizzata) e che quantità non significa visibilità: molti contenuti AI non emergono davvero in ricerca o nei sistemi di risposta.
Per me, questa è la lettura più utile: non stiamo entrando in un’era di “più contenuti”.
Stiamo entrando in un’era di contenuti a costo marginale quasi zero. E quando il costo scende a zero, la moneta vera diventa un’altra: attenzione, fiducia, chiarezza.
Il problema non è l’AI che scrive: è il rumore che aumenta
Quando tutti possono produrre mille articoli al mese, la domanda non è “chi produce?”. È: chi viene scelto? Chi viene letto? Chi viene ricordato?
La rete non è un foglio bianco, è un ecosistema con filtri (algoritmi, abitudini, reputazione, citazioni). Anche se la produzione AI supera quella umana, Graphite (in un’analisi collegata) mostra che la maggior parte dei risultati visibili in Google e delle citazioni nei sistemi AI resta umana.
Questo non significa “stiamo tranquilli”. Significa: la scorciatoia della quantità non basta. E infatti è coerente con ciò che vedo sul campo: quando un’azienda punta solo su contenuti scalabili, spesso ottiene:
- pagine simili tra loro, poco distintive
- messaggi generici, senza posizionamento
- più output, ma meno fiducia
L’AI è bravissima a creare “testo plausibile”. Ma la plausibilità non è valore. Il valore, nei media e nel marketing, nasce da tre cose che non puoi industrializzare senza perdere qualcosa:
- un punto di vista (scelte, non riassunti)
- esperienza (casi, errori, contesto)
- responsabilità (firmare ciò che dici)
L’essere umano diventa più importante, non meno: perché qualcuno deve decidere che cosa vale la pena dire.
Il nuovo vantaggio umano: intenzione, cura e sistemi che reggono
Se vogliamo trasformare questo dato in strategia (non in ansia), la domanda diventa: come si crea valore umano in un mondo di contenuti industriali?
Ecco tre scelte pratiche (che fanno davvero la differenza):
1) Spostare l’AI a monte, non solo a valle
Invece di usarla solo per “scrivere il pezzo”, usala per: raccolta fonti, struttura, alternative di titolo, tagli, esempi, domande. Poi tu fai la parte che conta: direzione e responsabilità.
2) Rendere riconoscibile la tua impronta
In un mare di testi neutri, vince chi è riconoscibile. Non “tone of voice” come trucco, ma come coerenza: ciò che difendi, ciò che rifiuti, ciò che scegli.
3) Costruire processi “agonici”
Se pubblichi con l’AI, devi avere un sistema che regge: fact-check, fonti, revisione, policy su cosa è consentito e cosa no. Perché la fiducia non si scala con un prompt: si scala con governance.
Questa è la direzione che porto nel mio percorso AI Moment: usare l’AI per automazioni e creazione di contenuti, sì, ma in modo sostenibile, etico e utile. Non per produrre di più. Per produrre meglio, e lasciare più spazio a ciò che nessun modello può fare al posto tuo: presenza, cura, responsabilità.
Fonte citata: studio Graphite “More Articles Are Now Created by AI Than Humans” (analisi su 65.000 articoli Common Crawl 2020–2025; sorpasso a novembre 2024).
