
L’Europa e l’AI: una sfida che stiamo perdendo
I numeri parlano chiaro: sull’Intelligenza Artificiale l’Europa rincorre. Ma la vera domanda è se stiamo perdendo solo una gara tecnologica o una scelta di futuro.
I numeri non mentono (ma vanno capiti)
Quando si parla di Intelligenza Artificiale, spesso il dibattito resta astratto. Visioni, promesse, timori. Poi arrivano i numeri e rimettono tutti con i piedi per terra. Secondo le analisi di Our World in Data, nel 2024 gli investimenti privati in AI negli Stati Uniti hanno raggiunto i 109,1 miliardi di dollari. Una cifra che, da sola, racconta una leadership globale netta e difficilmente contestabile.
Il confronto con l’Europa è impietoso. Sommando gli investimenti privati dei principali Paesi UE si arriva a circa 12 miliardi di dollari. Non un piccolo ritardo, ma un ordine di grandezza diverso. Se allarghiamo lo sguardo al periodo 2015–2024, grazie alla rielaborazione dei dati dell’AI Index curato dallo Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, il divario diventa strutturale: circa 470 miliardi investiti negli USA contro 50 miliardi nei Paesi UE (75 includendo il Regno Unito).
Nello stesso arco temporale, la Cina ha investito circa 100 miliardi di dollari, posizionandosi come terzo grande polo globale. Il dato forse più simbolico è questo: le compagnie private statunitensi investono in AI oltre sei volte più delle europee. Non è una flessione momentanea, è una tendenza consolidata.
Questi numeri non servono a deprimere, ma a chiarire una realtà: l’Europa oggi non sta giocando la stessa partita. E quando non investi, difficilmente innovi.

Il costo invisibile del ritardo europeo
Il problema non è solo economico. Il vero costo del ritardo europeo sull’AI è strategico, culturale e, nel lungo periodo, umano. Meno investimenti significano meno brevetti, meno competenze, meno capacità di indirizzare lo sviluppo tecnologico secondo i nostri valori.
Un dato su tutti rende evidente la sproporzione: nel 2022 l’Unione Europea ha registrato 786 brevetti in ambito AI, mentre gli Stati Uniti ne hanno registrati circa 16.000 (fonte: Il Sole 24 Ore). Non è solo una questione di quantità, ma di controllo del futuro. Chi brevetta decide le regole del gioco.
L’Europa rischia così di diventare un grande mercato di consumo di tecnologie sviluppate altrove. Utilizzatori, non creatori. Clienti, non architetti. E questo ha conseguenze profonde: sull’economia, sul lavoro, sulla sovranità digitale, sulla capacità di difendere un’idea di AI etica, inclusiva e realmente al servizio delle persone.
Non è un caso che il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, abbia dichiarato: «l’Europa non può limitarsi a essere un semplice utilizzatore di queste tecnologie, ma deve ambire a un ruolo attivo nella sua produzione». È un richiamo forte, che va oltre la tecnica e tocca la responsabilità politica e sociale.
Qui emerge una contraddizione profonda: l’Europa è spesso leader nel dibattito normativo ed etico sull’AI, ma resta indietro nella sua realizzazione concreta. Regoliamo ciò che non costruiamo. E questo, alla lunga, indebolisce anche la nostra voce.
Non è solo una sfida tecnologica, è una scelta di visione
Dire che “stiamo perdendo la sfida sull’Intelligenza Artificiale” è corretto, ma incompleto. La vera domanda è perché e fino a quando siamo disposti ad accettarlo. Perché dietro ai numeri c’è una visione che manca, o che fatica a tradursi in azione.
L’AI non è solo una leva di produttività. È un amplificatore di capacità umane. Può migliorare sanità, istruzione, sostenibilità, accesso ai servizi. Ma solo se viene progettata, allenata e adottata con consapevolezza. Se l’Europa rinuncia a investire, rinuncia anche alla possibilità di costruire un’AI coerente con la propria cultura, con la propria sensibilità sociale, con la centralità della persona.
C’è poi un aspetto spesso trascurato: l’innovazione non nasce solo nei grandi colossi. Nasce in ecosistemi vivi, fatti di startup, ricerca, formazione, sperimentazione. Senza capitali, questi ecosistemi non respirano. E senza ecosistemi, non c’è futuro.
Qui entra in gioco una responsabilità collettiva. Pubblica e privata. Non basta attendere piani europei o fondi straordinari. Serve una mentalità diversa: considerare l’AI non come un rischio da contenere, ma come una possibilità da guidare. Con etica, sì. Ma anche con coraggio.
La sfida dell’Intelligenza Artificiale non si vince copiando gli Stati Uniti o inseguendo la Cina. Si vince decidendo che ruolo vogliamo avere. Spettatori evoluti o protagonisti consapevoli.
Fonte dati e riflessione: AI Index 2025.
A cura di Roberto RAD.
Forse non stiamo solo perdendo una gara tecnologica. Forse stiamo ancora decidendo se vogliamo davvero correre.
