Le aziende dell'AI assumono filosofi per scrivere le regole. Nella tua, chi le ha scritte?
Il 3 giugno 2026 The Atlantic ha raccontato la corsa dei laboratori AI ad assumere filosofi: su PhilJobs gli annunci legati all'AI sono passati dall'1% al 16%, e DeepMind ne ha in casa almeno dieci. Quello che comprano è una cosa sola e molto concreta, e nella tua azienda oggi non l'ha scritta nessuno.

Il 3 giugno 2026 The Atlantic ha pubblicato un pezzo di Lila Shroff che parte da una battuta vecchia come il mondo, quella sul laureato in filosofia destinato a fare tutt'altro nella vita, per raccontare come è andata a finire davvero. Su PhilJobs, la bacheca dove i filosofi cercano lavoro, nel 2013 gli annunci legati all'intelligenza artificiale erano l'1%. L'anno scorso sono arrivati al 16%. Google DeepMind ne ha in casa almeno dieci, con stipendi da Silicon Valley, e a gennaio Anthropic ha pubblicato la «costituzione» di Claude: ottantaquattro pagine di ragionamento su come il suo assistente deve comportarsi, che poi vengono usate per addestrarlo sul serio. Ottantaquattro pagine di regole di comportamento, scritte prima che il sistema aprisse bocca coi clienti.
La lettura comoda è quella dello sfottò: i miliardari della tecnologia che si pagano i filosofi di corte mentre bruciano capitali. Fa ridere e non porta da nessuna parte. Per chi manda avanti un'azienda in Romagna il segnale utile sta in cosa quelle aziende comprano con quei soldi, perché è una cosa sola e molto concreta: il criterio con cui il sistema decide, messo per iscritto prima che il sistema risponda a qualcuno.
E quel criterio, sotto il tuo tetto, oggi lo sta scrivendo qualcun altro.
Cosa comprano davvero quando assumono un filosofo
Nell'articolo c'è il racconto di Sam Elgin, che insegna logica e metafisica alla University of Pennsylvania e che un laboratorio di AI ha chiamato come consulente. Il lavoro, spiegato da lui, si capisce in tre righe: prendeva dilemmi etici, li dava in pasto al modello, poi si metteva a leggere il ragionamento con cui il modello era arrivato alla risposta, a caccia degli assunti mai dichiarati e dei buchi nel percorso.
Rileggilo con gli occhi di chi un'azienda ce l'ha da mandare avanti. Quello che gli interessava riguardava il criterio con cui il modello arrivava alla risposta, più che la risposta in sé. Su una delle bacheche dove i laboratori cercano collaboratori esterni, riporta il pezzo, un annuncio arriva a offrire sessanta dollari l'ora a chi ha un dottorato in filosofia. Sessanta dollari l'ora per mettere nero su bianco un criterio, non per scrivere codice.
Il criterio, da te, ce l'ha in testa una persona sola
In una piccola azienda quel criterio esiste eccome, solo che non è scritto da nessuna parte. Sta nella testa del titolare o del commerciale anziano, ed è fatto di cose che nessuno ha mai messo su un foglio: fin dove si può scendere su uno sconto, quali tempi di consegna si promettono e quali no, cosa si risponde al cliente che ha ragione a metà, quando conviene rifiutare un ordine.
Finché a rispondere è la persona che quel criterio se lo porta addosso da vent'anni, la baracca regge.
Nel momento in cui la prima stesura della risposta la scrive l'AI, entra in gioco un criterio di serie, deciso a San Francisco da qualcuno che il tuo listino non l'ha mai visto. Una regola il modello ce l'ha sempre, la domanda è di chi è.
Ci ho messo le mani in una carpenteria di una quarantina di persone, ufficio commerciale di tre. Avevano affidato all'AI la prima stesura delle risposte alle richieste d'offerta, cosa sensata e che gli faceva risparmiare ore vere.
Dopo un mese il titolare si è accorto che in tre risposte su dieci comparivano tempi di consegna che lui, in quel periodo dell'anno con il reparto pieno, non avrebbe mai dato. Lo strumento aveva fatto la cosa più ragionevole del mondo, cioè prendere i tempi standard dai vecchi documenti e ripeterli.
È lo stesso meccanismo per cui un'AI che insegue alla lettera l'obiettivo che le hai dato centra il bersaglio e sbaglia il senso. Il pomeriggio che abbiamo passato a scrivere le loro cinque righe di regole, cosa non si promette mai, cosa esce solo dopo aver sentito la produzione, quale sconto è già approvato e quale no, è stato il pezzo di lavoro più utile di tutto il progetto, e non aveva niente a che fare con la tecnologia.
L'onestà su questa storia, prima che qualcuno te la addolcisca
Adesso la parte che rovina l'entusiasmo, e che sta nello stesso articolo. Daniel Fogal, filosofo alla New York University, sostiene che questa corsa stia avendo «un effetto davvero distorsivo sulla disciplina»: gente che sull'AI non vorrebbe lavorare e ci si butta lo stesso perché è lì che tira il mercato, con il rischio di una valanga di lavoro fatto male.
E aggiunge una frase che vale pari pari anche per te: «la filosofia migliore tende ad avvenire lentamente, e non in risposta diretta alle richieste del mercato».
Portala in azienda. Il regolamento sull'uso dell'AI scritto in mezz'ora copiando un modello trovato in rete, giusto per avere il foglio nel cassetto, è carta straccia il giorno dopo, e in genere è il segno che un piano vero non c'è. Una pagina sola, scritta sui casi veri della tua settimana, vale più di venti pagine scaricate.
Cosa farei domattina
Prenditi un'ora, con le due persone che rispondono ai clienti. Tirate fuori cinque situazioni vere delle ultime due settimane in cui la risposta giusta non era ovvia: il cliente che chiede uno sconto fuori scala, quello che vuole una consegna che non puoi garantire, il reclamo dove avete ragione voi e conviene cedere lo stesso. Per ognuna fatevi dire come l'avrebbero gestita, e dove le risposte non coincidono avete appena trovato una regola che nessuno aveva mai scritto. Mettetela giù in una riga. Ne usciranno cinque o sei righe in tutto, e quello è il documento: cosa non si promette mai, cosa esce solo dopo il visto di qualcuno, quali cifre l'AI non tocca. Incollalo dentro allo strumento che usate, come prima istruzione, e per trenta giorni fai controllare da una persona sola ogni testo che esce, con l'incarico di segnare le volte in cui il testo era scritto bene e sbagliato di sostanza. Se dopo un mese quei casi sono spariti, hai un criterio che tiene anche quando non ci sei. Chi costruisce questi sistemi paga filosofi a ore per fare esattamente questo lavoro sui propri modelli. Sul tuo pezzo di mondo quel lavoro può farlo soltanto chi conosce i clienti, e quello sei tu.
(Fonte: Lila Shroff, «Someone Finally Wants to Hire Philosophers», The Atlantic, 3 giugno 2026.)