E se il vero nemico non fosse l’AI… ma il “processo”?
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E se il vero nemico non fosse l’AI… ma il “processo”?

2/4/2026

Una frase di Paul Graham mi torna spesso in mente: quando esiste una versione 1, le discussioni cambiano tono. E oggi l’AI rende la versione 1 inevitabile.

Una cosa concreta batte una discussione infinita

Sta girando una storia che, al di là dell’effetto “wow”, è uno specchio perfetto del momento che stiamo vivendo. Jaana Dogan (Principal Engineer in Google) ha raccontato su X di aver dato a Claude Code una descrizione ad alto livello di un distributed agent orchestrator e di aver ottenuto in circa un’ora un output comparabile a ciò che il suo team aveva costruito l’anno precedente.

Io non la leggo come “l’AI ha surclassato gli ingegneri”. La leggo così: l’AI ha accorciato la distanza tra idea e primo oggetto reale. E quando un oggetto esiste — anche imperfetto — succede una cosa potentissima: smetti di discutere in astratto e inizi a giudicare sul concreto. È qui che la frase attribuita a Paul Graham (“A concrete thing beats endless discussion”) colpisce nel punto giusto: la versione 1 non è la fine del lavoro, è l’inizio della verità.

Molte organizzazioni non rallentano perché mancano competenze. Rallentano perché “allineamento”, revisioni, approvazioni, stack decisionale e politica interna si mangiano settimane e mesi. L’AI, invece, fa qualcosa di brutale e utile: ti consegna subito una bozza funzionante. Non perfetta, ma verificabile.

Un prototipo in un’ora è un dono, ma anche una tentazione. Perché può trasformarsi in: “ok, spediamo”. E invece no: il valore è usarlo come oggetto di confronto, non come scorciatoia morale.

Il paradosso: non è (solo) più bravo a scrivere codice, è più bravo a sbloccare decisioni

La parte più interessante, in questa storia, non è il “quanto velocemente ha scritto”. È cosa ha reso possibile. Claude Code è pensato per lavorare dentro il flusso reale degli sviluppatori: terminale/IDE, codebase, comandi, file, commit. Non è una chat che “consiglia”, è uno strumento che agisce e ti porta avanti l’inerzia.

Quando dai a un team uno strumento così, succede spesso questo:

  • una persona competente prova una strada in poche ore
  • mostra un risultato
  • il gruppo passa da “dibattito” a “valutazione”
  • le decisioni diventano più rapide perché si basano su evidenze

L'AI sta migliorando la programmazione. Ma in molte aziende la vera rivoluzione è un’altra: riduce la burocrazia rendendo economico sperimentare.

E qui arriva la verità scomoda che vedo ovunque: se imponi strumenti interni solo per “politica di piattaforma”, mentre fuori esistono soluzioni migliori, stai ottimizzando per la tranquillità interna, non per l’output. Il rischio non è “perdere una gara di tool”. Il rischio è spegnere la motivazione dei migliori: quelli che vogliono costruire, non compilare moduli.

Questo, per me, è il cuore del 2026 dell’AI: non è una gara tra modelli. È una gara tra culture operative. Tra chi usa l’AI per aumentare chiarezza e responsabilità, e chi la usa per fare più rumore.

Come trasformare l’AI in un alleato umano

Se prendiamo sul serio l’idea della “Versione 1 in un’ora”, la domanda diventa: come la rendiamo sostenibile e umana? Io lavoro su soluzioni “agoniche” e automazioni proprio per questo: far sì che ciò che funziona in demo funzioni anche il lunedì mattina, con persone vere, dati veri, vincoli veri.

Ecco 5 scelte concrete (semplici, ma non banali) che consiglio quando introduci coding agents e automazioni:

  1. Definisci cosa non deve fare
    Prima dei prompt: i confini. Dati sensibili, azioni critiche, ambienti di produzione. Dove serve approvazione umana, punto.
  2. Rendi visibile il ragionamento operativo
    Log, changelog, PR leggibili, commenti chiari. L’AI deve lasciare tracce utili, non magia.
  3. Valuta il prototipo come “strumento di decisione”
    La versione 1 serve a scegliere la direzione, non a saltare la qualità. Test, threat model, review: non si negoziano.
  4. Scegli strumenti che aumentano autonomia, non dipendenza
    Gli strumenti migliori non ti chiudono in una gabbia: ti rendono più libero, più veloce, più responsabile.
  5. Metti al centro la persona, non la performance
    Se l’AI ti fa “produrre di più” ma ti rende più ansioso, più isolato, meno presente… hai perso comunque. L’efficienza senza benessere è debito, non progresso.

Ed è qui che entra AI Moments: non “mettiamo l’AI ovunque”, ma scegliamo i momenti giusti in cui l’AI può togliere attrito, ridare tempo, aumentare chiarezza e qualità decisionale. Con metodo, con governance, con sensibilità.

Fonte citata: post di Jaana Dogan su X (rakyll) sul prototipo generato con Claude Code.
Approfondimento strumento: pagine ufficiali e best practice di Claude Code (Anthropic).